Guus Hiddink occupa un posto speciale nella storia recente del calcio. Nel nuovo secolo è stato il principale esportatore di know-how calcistico dall’Europa occidentale ai margini della terra. Dal 1970 al 2000 circa, i sei membri fondatori dell’Unione Europea hanno dominato il pensiero calcistico aggiudicandosi la maggior parte dei trofei. Italia, Germania, Francia, Paesi Bassi e persino il Belgio, nel loro insieme, hanno perfezionato quello che si potrebbe definire il «gioco all’europea»: un calcio veloce, fisico, basato sul collettivo.
Poi però questi paesi centrali hanno cominciato a esportare le proprie competenze. Hiddink e altri tecnici europei emigrati all’estero si sono insediati negli Hilton e nei complessi residenziali per occidentali ai quattro angoli del pianeta. Dal 2000 in poi, hanno aiutato diversi paesi calcistici emergenti – tra cui Russia, Australia, Corea del Sud, Turchia e Grecia – a superare le nazioni d’origine dei propri allenatori. A causa loro, probabilmente l’Italia non vincerà molti altri mondiali. Ormai il mondo ha cominciato a giocare all’europea. Sulla nuova mappa del calcio, che Hiddink sta contribuendo a disegnare, l’Europa occidentale va riducendosi a dimensioni più modeste. La periferia si sta impossessando del pallone.
(un estratto da Soccernomics, di Simon Kuper e Stefan Szymanski, pubblicato ne Gli Anni Zero. Almanacco del decennio condensato, Isbn Edizioni)
Il calcio globale nel decennio condensato
20 Novembre 2009 di glitterdammerungDivagazioni oblique
24 Settembre 2009 di glitterdammerungCavalli rotolano su loro stessi, ponti fatti saltare con la dinamite, cow-boy cadono dai cornicioni; poi, nella convulsione dell’azione subentra la calma, la tensione si scioglie.
I quindici minuti finali de Il Mucchio Selvaggio sono tutti così.
Pike e soci sanno da che parte sta il bene e da che parte è il male, ma si illudono che la loro posizione di fuorilegge li preservi dall’eterno conflitto. Loro devono pensare a concludere affari. Ma la mattina dopo la festa hanno le bocche marce d’alcool, la prostituta che hanno accanto ha un bambino appena nato che dorme nell’altra stanza, i vestiti puzzano e tutto quello che hanno guadagnato sono delle piastre di metallo nemmeno troppo simili a monete e allora si lasciano massacrare come cani, e questo sembra l’unica cosa che li appaghi realmente.
E ne Lo spacciatore di Schrader, LeTour, il protagonista, uccide l’assassino della sua fidanzata e i due scagnozzi in una camera d’albergo e poi, ferito a un fianco, assume la stessa posizione dei due Buddha appesi alla parete della suite.
Tutto in ralenti.
E in carcere LeTour dice: “Non ci crederai, ma è quello che è successo che mi ha dato la serenità”.
Massimo Volume, Peckinpah in ralenti
Fenomeno Tash Aw
27 Agosto 2009 di glitterdammerung
[Mario Fortunato recensisce Mappa del mondo invisibile su L'espresso ]
Il secondo romanzo di Tash Aw, Mappa del mondo invisibile, dimostra che lo scrittore anglo-malese è un grandissimo romanziere, come del resto sostiene anche il premio Nobel Doris Lessing. Pur mantenendo i tratti tipici del romanzo d’avventure, il racconto di Aw non rinuncia a una lingua di stupefacente eleganza
Ho già lodato a suo tempo l’opera prima dell’anglo-malese Tash Aw, La vera storia di Johnny Lim. Il suo secondo romanzo, Mappa del mondo invisibile (Fazi, traduzione di Giuseppe Marano, pp. 471, E 19,50), supera di gran lunga la più rosea delle aspettative. Doris Lessing sostiene senza troppi giri di parole che Aw è un grande scrittore. A lettura compiuta, non c’è che da darle ragione. Siamo in Indonesia, anni Sessanta. Due fratelli orfani, Johan e Adam, vengono affidati a famiglie diverse. Il secondo, che è più piccolo, vive pochi anni d’incanto, ma attraversati da sogni mostruosi, col padre adottivo Karl, un pittore olandese. Siamo alla vigilia di quella che sarà una terribile guerra civile per il Paese, governato dal dispotico Sukarno. Karl viene prelevato dalle truppe comuniste e sparisce nel nulla. Adam fugge dall’isola di Perdo: vuole cercare il fratello, ma intanto si affida a Margaret, vecchia amica di Karl, un’americana che vive in Indonesia fin da bambina. La storia si complica e ingarbuglia, e a un certo punto compare lo stesso dittatore. Ma pur mantenendo i tipici tratti del romanzo d’avventure (con tanto di misteri, agnizioni e colpi di scena), il racconto di Aw non rinuncia a uno stile e a una lingua di stupefacente, assoluta eleganza. Oltre che a una costruzione narrativa sofisticata, che sovrappone i piani temporali e li sfasa, rimescolandoli. E forse solo nel finalissimo delude un poco.A ogni modo. Tutti coloro i quali continuano a predicare la fine del romanzo, leggano questo libro. Lo leggano e tacciano una buona volta. Tash Aw è un grande, grandissimo romanziere.
Il mondo invisibile di Tash Aw
6 Luglio 2009 di glitterdammerung
Costruito nel 1962 per celebrare i Giochi Asiatici, l’Hotel Java è situato ai margini di un’ampia rotatoria in una zona che si potrebbe definire centrale se questa città avesse una periferia. Come molte costruzioni brutaliste in cemento che spuntano oggi attorno a Giacarta, le linee squadrate dell’hotel e l’aspetto vagamente industriale sono volute, per ricordare all’osservatore l’estetica di Le Corbusier e del Bauhaus: internazionale, ma funzionale. La rotatoria antistante in realtà è un laghetto d’acqua bassa perfettamente circolare dal quale zampillano maestosi getti d’acqua verso una coppia di pastorelli posti su un piedistallo alto e stretto. L’hotel e la fontana erano solo due dei tanti progetti creati per imprimere nella mente dei visitatori di Giacarta il dinamismo della città ed erano stati commissionati da Sukarno in persona («le maestose erezioni del presidente», li chiamava Margaret). Non erano passati neppure due anni e già le toilette dell’hotel erano sgradevoli, alcune lampadine del grandioso lampadario nell’atrio si erano fulminate e non erano state sostituite, i tappeti erano segnati da bruciature di sigaretta e le tovaglie dei tavoli tinte da macchie di vino scolorite.
«Sembra che le erezioni del presidente comincino a perdere colpi», disse Margaret osservando il bordo scheggiato del bancone. Aveva già preso due martini. Il primo le era andato dritto alla testa e il secondo era scivolato giù fin troppo bene. Tentava di sorseggiare lentamente il terzo ma era troppo difficile; si sentiva le guance infuocate e voleva bere in fretta. Era già abbastanza brilla, lo sapeva, ma aveva recuperato le forze.
Din se ne stava coi gomiti sul bancone, di schiena alla sala. Scrutava le file di bottiglie disposte sulla parete a specchio di fronte a sé, come se esaminasse ogni singola etichetta. Aveva preso soltanto una Coca-Cola, nonostante i tentativi di Margaret per convincerlo. Non aveva voluto neppure una Bintang. Normalmente era abbastanza sensibile da non trasgredire i confini culturali, ma con Din era diverso. Certo, era musulmano, però aveva vissuto tre anni in Europa, dopo tutto, e non si trattava dell’ennesimo indonesiano ignorante.
C’era musica, un’orchestrina e una bella filippina in abito bianco attillato che cantava Solamente Una Vez in toni chiari e vivaci, arrotando la r in modo impeccabile mentre scuoteva un paio di maracas dai colori vivaci per accompagnare i tamburi cubani. Il bar, non affollato, era già molto chiassoso e l’aria piena di fumo e di voci maschili. C’erano parecchi uomini e non molte donne, e nemmeno molte persone del luogo. Sembrava che gli unici indonesiani presenti fossero donne, e quasi tutte prostitute.
«Ecco la crema dell’Occidente all’opera», disse Margaret.
«Vedi quei due? Hanno vinto il Pulitzer qualche anno fa. Si presume che siano qui a seguire una delle situazioni politiche più scottanti del mondo e invece cosa fanno? Corrono dietro alle ragazze che in patria non possono avere. E quell’idiota laggiù, sì, quello che si sbaciucchia con la ragazza batak, è l’uomo che dovrebbe gestire gli aiuti della Banca Mondiale, ma pare che non sia capace nemmeno di gestire un daiquiri alla fragola».
(Tash Aw, Mappa del mondo invisibile, Fazi Editore)
Oscenità e furore
12 Giugno 2009 di glitterdammerung
“Ci sono voluti tre tentativi per ottenere il risultato giusto, ma finalmente, in The Filth and the Fury, Temple ha prodotto un film veramente degno del soggetto. A distanza di oltre vent’anni, si è dimostrato la persona giusta per raccontare questa storia dal principio. [...] Un film così particolare probabilmente poteva essere realizzato soltanto da qualcuno che c’era e conosceva la band. [...] The Filth and the Fury non è la versione definitiva né l’ultima parola sul punk o sui Sex Pistols, ma è una versione della storia che era necessario sentire, e un piacere per chiunque s’interessi della band”.
(da Julien Temple: un milione di storie di Hugh Barker, uno dei contributi che accompagnano questo dvd. Altre news le trovate qui)

