Il suono della Bestia

7 Ottobre 2009 di glitterdammerung

sotbDopo mesi di lavorazione (e qualche anteprima su questo blog), è arrivato finalmente sugli scaffali Sound of the Beast – La storia definitiva dell’heavy metal di Ian Christe, courtesy of Arcana Edizioni.
Dall’immaginario nero dei Black Sabbath agli assalti epici della New Wave of British Heavy Metal, dal successo planetario di Iron Maiden e Metallica, passando per le controverse simpatie sataniche degli Slayer e le cupe vicende di cronaca del black metal norvegese, fino ai recenti successi del nu metal, Ian Christe riordina tutte le tessere del variegato mosaico metal in un’opera di meticolosa e documentatissima ricerca. Una vera e propria Bibbia del metal, must assoluto sia per gli headbanger più incalliti che per ogni appassionato di musica.


Su XL è disponibile una ricca anteprima con l’introduzione esclusiva all’edizione italiana (qui), un estratto del libro (qui) e una succulenta fotogallery.

Ian Christe
Musicista, scrittore ed editore, ha all’attivo centinaia di articoli sull’heavy metal per numerose riviste di prestigio come «Spin», «Wired», «Kerrang!», «Metal Forces» e «Metal Maniacs». Autore di una biografia dei Van Halen, è anche fondatore della casa editrice specializzata Bazillion Points, esclusivamente dedicata al metal.

Dicono di questo libro:

“Una trascinante cronaca del metal e delle persone che l’hanno reso leggenda” – «Guitar World»

“Il vangelo dell’heavy metal” – «Library Journal»

“Straordinario” – (Rob Halford, Judas Priest)

To live is to die

28 Settembre 2009 di glitterdammerung

burtonCominciarono a trapelare indiscrezioni, diffuse dalla band e dai loro collaboratori, che il nuovo album avrebbe contenuto un contributo alquanto particolare di Cliff. “Ci sono cose che mi hanno stupito e stupiranno anche parecchi altri, quando le sentiranno”, presagiva Lars. “soprattutto ‘Orion’, il pezzo strumentale. Cliff ha tirato fuori un pezzo con un sound molto diverso da tutto quello che abbiamo fatto finora. A me sembrava un canto folcloristico svedese… E ci è veramente piaciuto ascoltarla e suonarla, perciò abbiamo costruito tutto il pezzo su quella parte centrale”.
I fan dello stile mozzafiato di Cliff su Kill’Em All e Ride The Lightning erano incuriositi. Ci si aspettava che Cliff, ormai il virtuoso di basso più rispettato sulla nuova scena del metal estremo, effettuasse la sua miglior performance di sempre: una performance matura in linea con il nuovo livello di esperienza raggiunto dalla band nel complesso. Questa ammirazione era condivisa dagli altri tre Metallica, che rimanevano impressionati dalla sua tecnica straordinaria.
Lars dirà poi meravigliato: “Spaziava a tutto campo, era difficilissimo inquadrarlo musicalmente. Era sempre pronto a cambiare, a incasinare le cose … Per certi versi era anche contraddittorio: si concentrava parecchio sulla melodia, per esempio… C’erano tante energie opposte”.
A questo punto della biografia di Cliff, sarebbe fin troppo facile ricorrere alla retorica e scrivere che fu strappato via “nel fiore degli anni”, o qualcosa di simile. Eppure, comunque la si voglia mettere, sembra che le cose stessero proprio così.

(da Cliff Burton. To live is to die. Vita e morte del bassista dei Metallica di Joel McIver, Tsunami Edizioni)

Divagazioni oblique

24 Settembre 2009 di glitterdammerung

Cavalli rotolano su loro stessi, ponti fatti saltare con la dinamite, cow-boy cadono dai cornicioni; poi, nella convulsione dell’azione subentra la calma, la tensione si scioglie.
I quindici minuti finali de Il Mucchio Selvaggio sono tutti così.
Pike e soci sanno da che parte sta il bene e da che parte è il male, ma si illudono che la loro posizione di fuorilegge li preservi dall’eterno conflitto. Loro devono pensare a concludere affari. Ma la mattina dopo la festa hanno le bocche marce d’alcool, la prostituta che hanno accanto ha un bambino appena nato che dorme nell’altra stanza, i vestiti puzzano e tutto quello che hanno guadagnato sono delle piastre di metallo nemmeno troppo simili a monete e allora si lasciano massacrare come cani, e questo sembra l’unica cosa che li appaghi realmente.
E ne Lo spacciatore di Schrader, LeTour, il protagonista, uccide l’assassino della sua fidanzata e i due scagnozzi in una camera d’albergo e poi, ferito a un fianco, assume la stessa posizione dei due Buddha appesi alla parete della suite.
Tutto in ralenti.
E in carcere LeTour dice: “Non ci crederai, ma è quello che è successo che mi ha dato la serenità”.

Massimo Volume, Peckinpah in ralenti

Metallurgie nere, atto II

21 Settembre 2009 di glitterdammerung



In Norvegia, la seconda generazione del black metal cominciò con i Mayhem [...]. Fondati nel 1984 dal sedicenne Oystein Aarseth, alias Euronymous, i Mayhem inizialmente imitavano il semplice frastuono satanico dei Venom, il cui Black Metal del 1982 aveva dato nome al genere, e gli svizzeri Hellhammer. Attraverso lo scambio di cassette, Euronymous arrivò ad ammirare anche la velocità dei Napalm Death e la ferocia di band sudamericane come i Sarcofago e gli Holocausto, che creavano musica di incredibile brutalità in circostanze difficili. Erano tutte band ai margini del metal, che utilizzavano la violenza estrema e la teatralità per farsi conoscere nell’underground.
[...] I Mayhem erano una band emotiva e ritualistica, consumata da uno spirito selvaggio: la tipica scenografia del gruppo era un palco ornato di teste di maiale spellate. All’inizio c’era una forte dose di goliardia, ma gli atteggiamenti si facevano sempre più seri.
[...] dopo vari demotape la band trovò la sua dimensione poetica e morbosa nel vocalist svedese Per Yngve Ohlin, alias Dead, un eccentrico sognatore che seppelliva i suoi abiti di scena sottoterra per impregnarli della giusta essenza sepolcrale. Sul palco, Dead inalava da un sacchetto di plastica contenente un uccello morto. Ancor più scrupolosi dopo alcuni cambi di formazione, i Mayhem nel 1990 si recarono nella Germania orientale per registrare quello che divenne il truculento Cd
Live in Leipzig, un classico che metteva in mostra la spettrale intonazione di Dead in Freezing Moon.

(da Sound of the Beast. La storia definitiva dell’heavy metal di Ian Christe, di imminente pubblicazione per Arcana)

Fenomeno Tash Aw

27 Agosto 2009 di glitterdammerung

aw_invisible[Mario Fortunato recensisce Mappa del mondo invisibile su L'espresso ]

Il secondo romanzo di Tash Aw, Mappa del mondo invisibile, dimostra che lo scrittore anglo-malese è un grandissimo romanziere, come del resto sostiene anche il premio Nobel Doris Lessing. Pur mantenendo i tratti tipici del romanzo d’avventure, il racconto di Aw non rinuncia a una lingua di stupefacente eleganza

Ho già lodato a suo tempo l’opera prima dell’anglo-malese Tash Aw, La vera storia di Johnny Lim. Il suo secondo romanzo, Mappa del mondo invisibile (Fazi, traduzione di Giuseppe Marano, pp. 471, E 19,50), supera di gran lunga la più rosea delle aspettative. Doris Lessing sostiene senza troppi giri di parole che Aw è un grande scrittore. A lettura compiuta, non c’è che da darle ragione. Siamo in Indonesia, anni Sessanta. Due fratelli orfani, Johan e Adam, vengono affidati a famiglie diverse. Il secondo, che è più piccolo, vive pochi anni d’incanto, ma attraversati da sogni mostruosi, col padre adottivo Karl, un pittore olandese. Siamo alla vigilia di quella che sarà una terribile guerra civile per il Paese, governato dal dispotico Sukarno. Karl viene prelevato dalle truppe comuniste e sparisce nel nulla. Adam fugge dall’isola di Perdo: vuole cercare il fratello, ma intanto si affida a Margaret, vecchia amica di Karl, un’americana che vive in Indonesia fin da bambina. La storia si complica e ingarbuglia, e a un certo punto compare lo stesso dittatore. Ma pur mantenendo i tipici tratti del romanzo d’avventure (con tanto di misteri, agnizioni e colpi di scena), il racconto di Aw non rinuncia a uno stile e a una lingua di stupefacente, assoluta eleganza. Oltre che a una costruzione narrativa sofisticata, che sovrappone i piani temporali e li sfasa, rimescolandoli. E forse solo nel finalissimo delude un poco.A ogni modo. Tutti coloro i quali continuano a predicare la fine del romanzo, leggano questo libro. Lo leggano e tacciano una buona volta. Tash Aw è un grande, grandissimo romanziere.

Metallurgie nere, atto I

23 Luglio 2009 di glitterdammerung


Benché all’epoca fosse inconcepibile, i Venom sarebbero diventati una delle band più influenti della NWOBHM. La loro messinscena di comica malvagità veniva regolarmente stroncata dai giornalisti e dagli altri musicisti, eppure affascinava i fan. I Venom non riuscivano a tenere un tempo costante, i loro missaggi erano inzeppati di riverberi e distorsioni per nascondere l’inettitudine, e brani come Poison e Live Like an Angel, Die Like a Devil nel finale si dissolvevano in un frastuono spaventoso. In altre parole, i Venom erano un eccellente passo avanti che gettava nel cesso tutti i concetti di precisione del rock, per rimpiazzarli con un caotico vortice di emozioni.

(da Sound of the Beast. The Complete Headbanging History of Heavy Metal di Ian Christe, di prossima pubblicazione per Arcana)

Il mondo invisibile di Tash Aw

6 Luglio 2009 di glitterdammerung

hoteljavaCostruito nel 1962 per celebrare i Giochi Asiatici, l’Hotel Java è situato ai margini di un’ampia rotatoria in una zona che si potrebbe definire centrale se questa città avesse una periferia. Come molte costruzioni brutaliste in cemento che spuntano oggi attorno a Giacarta, le linee squadrate dell’hotel e l’aspetto vagamente industriale sono volute, per ricordare all’osservatore l’estetica di Le Corbusier e del Bauhaus: internazionale, ma funzionale. La rotatoria antistante in realtà è un laghetto d’acqua bassa perfettamente circolare dal quale zampillano maestosi getti d’acqua verso una coppia di pastorelli posti su un piedistallo alto e stretto. L’hotel e la fontana erano solo due dei tanti progetti creati per imprimere nella mente dei visitatori di Giacarta il dinamismo della  città ed erano stati commissionati da Sukarno in persona  («le maestose erezioni del presidente», li chiamava  Margaret). Non erano passati neppure due anni e già le toilette dell’hotel erano sgradevoli, alcune lampadine del  grandioso lampadario nell’atrio si erano fulminate e non erano state sostituite, i tappeti erano segnati da bruciature di sigaretta e le tovaglie dei tavoli tinte da macchie di vino scolorite.
«Sembra che le erezioni del presidente comincino a perdere colpi», disse Margaret osservando il bordo scheggiato del bancone. Aveva già preso due martini. Il primo le era andato dritto alla testa e il secondo era scivolato giù fin troppo bene. Tentava di sorseggiare lentamente il terzo ma era troppo difficile; si sentiva le guance infuocate e voleva bere in fretta. Era già abbastanza brilla, lo sapeva, ma aveva recuperato le forze.
Din se ne stava coi gomiti sul bancone, di schiena alla sala. Scrutava le file di bottiglie disposte sulla parete a specchio di fronte a sé, come se esaminasse ogni singola etichetta. Aveva preso soltanto una Coca-Cola, nonostante i tentativi di Margaret per convincerlo. Non aveva voluto neppure una Bintang. Normalmente era abbastanza sensibile da non trasgredire i confini culturali, ma con Din era diverso. Certo, era musulmano, però aveva vissuto tre anni in Europa, dopo tutto, e non si trattava dell’ennesimo indonesiano ignorante.
C’era musica, un’orchestrina e una bella filippina in abito bianco attillato che cantava
Solamente Una Vez in toni chiari e vivaci, arrotando la r in modo impeccabile mentre scuoteva un paio di maracas dai colori vivaci per accompagnare i tamburi cubani. Il bar, non affollato, era già molto chiassoso e l’aria piena di fumo e di voci maschili. C’erano parecchi uomini e non molte donne, e nemmeno molte persone del luogo. Sembrava che gli unici indonesiani presenti fossero donne, e quasi tutte prostitute.
«Ecco la crema dell’Occidente all’opera», disse Margaret.
«Vedi quei due? Hanno vinto il Pulitzer qualche  anno fa. Si presume che siano qui a seguire una delle situazioni politiche più scottanti del mondo e invece cosa fanno? Corrono dietro alle ragazze che in patria non possono avere. E quell’idiota laggiù, sì, quello che si sbaciucchia con la ragazza batak, è l’uomo che dovrebbe gestire gli aiuti della Banca Mondiale, ma pare che non sia capace nemmeno di gestire un daiquiri alla fragola».

(Tash Aw, Mappa del mondo invisibile, Fazi Editore)

Oscenità e furore

12 Giugno 2009 di glitterdammerung



“Ci sono voluti tre tentativi per ottenere il risultato giusto, ma finalmente, in The Filth and the Fury, Temple ha prodotto un film veramente degno del soggetto. A distanza di oltre vent’anni, si è dimostrato la persona giusta per raccontare questa storia dal principio. [...] Un film così particolare probabilmente poteva essere realizzato soltanto da qualcuno che c’era e conosceva la band. [...] The Filth and the Fury non è la versione definitiva né l’ultima parola sul punk o sui Sex Pistols, ma è una versione della storia che era necessario sentire, e un piacere per chiunque s’interessi della band”.

(da Julien Temple: un milione di storie di Hugh Barker, uno dei contributi che accompagnano questo dvd. Altre news le trovate qui)

Lo diceva anche Rolling Stone

20 Maggio 2009 di glitterdammerung

“I testi di Dio sono banali e stereotipati”.

(da Sound of the Beast. The Complete Headbanging History of Heavy Metal di Ian Christe)

Aw!

12 Maggio 2009 di glitterdammerung

IH055066

Il presidente si schiarì la gola ma non si mosse. Alle sue spalle, su un buffet, c’era una fotografia incorniciata di lui insieme a Kennedy, sul sedile posteriore di un’auto decappottabile, entrambi con un largo sorriso. Sullo sfondo sfocato, su quella che poteva essere una piazza d’armi, una schiera di cadetti sull’attenti, i guanti bianchi e le cinture che spiccavano sulle uniformi scure. [...]
C’era un vento leggero che increspava i capelli di Kennedy e gli faceva leggermente socchiudere gli occhi; Margaret non riusciva a vedere quelli di Sukarno, perché erano nascosti dietro i suoi occhiali da sole molto moderni, che s’intonavano al nero perfetto del suo topi. Sembravano uno scolaretto e lo zio alla moda ma severo in gita, all’apparenza entrambi felici, nonostante avessero poco da dirsi.

Tash Aw, Map of the Invisible World